Campi Flegrei

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INFORMAZIONI ISTITUZIONALI

 
 

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Prodotti vitivinicoli
Per dare un'idea di quanto il vino sia stato importante in que­sta area, basta forse ricordare le statue di Dioniso rinvenute nel mare flegreo ed attualmente ospitate al Castello di Baia, o il nome stesso ("Tripergola") della contrada cancellata dall'eruzione del Monte Nuovo, o, ancora, il ruolo avuto in passato dalle viti, colti­vate all'interno dell'Anfiteatro Flavio di Pozzuoli, nel preservare questo importante monumento nei secoli.
La viticoltura della zona è rimasta peraltro, fino ad oggi, profondamente legata alla tradizione, non solo per quanto riguar­da le varietà coltivate, ma anche nei metodi di coltivazione - in larga misura manuali, anche per effetto della particolare confor­mazione del territorio - e nelle tecniche di trasformazione usate nelle cantine (localmente denominate celiai), sufficienti solo per la produzione di vini freschi, da consumare entro l'anno.
Già Catone, Varrone e Plinio avevano decantato le virtù dei vitigni locali, ed in un graffito del 1° secolo a.C., ritrovato in una taberna puteolana ed attribuito al poeta latino Tibullo, si faceva espresso riferimento alle evo­lute tecniche vinicole del luogo. Nei loro scritti, i Georgici latini citano più volte i pregi del falerno gaurano, ottenuto dalle vigne intorno al massiccio del monte Gauro e lodato in particolare da Plinio il Vecchio, che spiegava come fosse diverso dal falerno formiano, della zona del Massico: il bianco si assaporava durante gli ozi pomeridiani, mentre il rosso veniva servito durante i banchetti e preferito a qualsiasi altro vino per il suo vigore e sapore vinoso. Un ulteriore elemento che dimostra come in questa zona si siano mantenuti nei secoli alcuni usi che risalgono ai tempi dei Romani, quando il consumo di vino puro era limitato solo alle occasioni più solenni (o alle mense dei più ricchi), è certamente anche l'abitudine dei contadini del luogo di recuperare talvolta le vinacce provenienti dalla spremitura, per metterle a bagno in acqua e spremerle nuo­vamente: si ottiene così l'acquaticcio (o acquato, come viene chia­mato dialettalmente), un vinello asprigno a bassa gradazione, molto dissetante ma anche poco conservabile, particolarmente adatto ad accompagnare la merenda di pane e formaggio consu­mata dai contadini durante la propria faticosa giornata di lavoro nei campi.
La caduta dell'Impero Romano provocò un generale decadi­mento dell'arte enologica, ed il flagello delle orde barbariche relegò la viticoltura dei Campi Flegrei a pochi ed angusti spazi; il massiccio del Monte Gauro divenne così brullo e selvaggio, tanto che nel basso medioevo la fantasia popolare ne cambiò il nome in Monte Barbaro. A testimoniare l'importanza che comunque anche in seguito la vitivinicoltura ebbe in questa zona, un documento del 1044 fa cenno per esempio ad un carro di vino particolarmente genuino donato ad un monastero dalla cittadinanza di Quarto.
Nel Rinascimento, il Falerno del Gauro venne nuovamente celebrato e servito nei banchetti della corte di Napoli e di quella papale di Roma, come è possibile leggere in molte cronache dell'e­poca. Fu però con l'avvento dei Borboni a Napoli che nelle campa­gne flegree si risollevarono realmente le sorti dell'agricoltura, gra­zie ad importanti lavori di bonifica e di convogliamento delle acque, dopo secoli di abbandono, come l'apertura degli emissari del lago di Patria e del lago Fusaro e la costruzione dell'alveo dei Camaldoli.
Un nuovo periodo di splendore per la vitivinicoltura della zona iniziò verso la metà del secolo scorso, dopo che in una serra ingle­se era apparsa per la prima volta in Europa la fillossera, un afide proveniente dalle Americhe che in breve tempo avrebbe comincia­to a diffondersi dappertutto, minacciando seriamente la sopravvi­venza stessa della vitis vinifera del continente, fino a quando non fu scoperto l'unico rimedio possibile: l'innesto sulla vite america­na, l'unica le cui radici sono in grado di resistere agli attacchi mortali di questo parassita.
Grazie alla natura vulcanica dei suoli in cui erano coltivate, le viti del territorio flegreo rimanevano invece immuni da una simile sciagura, pur essendo coltivate franche di piede, esattamente come al tempo degli antichi Elleni: l'insetto, infatti, in questi terreni porosi, viene ostacolato negli spostamenti ed ha quindi difficoltà ad attaccare le radici, mentre le acque piovane invernali che imbibiscono il terreno gli impediscono la respirazione, e quindi lo svi­luppo. Questa speciale prerogativa consente alla vite coltivata su piede franco una serie di vantaggi: maggior longevità e resistenza alla siccità, miglior capacità di raggiungere il giusto contenuto di zuccheri e di nutrirsi in modo bilanciato, grazie ad un più agevole assorbimento delle sostanze necessarie attraverso le radici.
Nel 1868 fu istituito il "Comizio Agrario" di Pozzuoli, e nel 1878 venne impiantata in zona una cantina sperimentale, la cui attività contribuì molto al miglioramento della produzione ed allo sviluppo del commercio. Questa fase di ricostruzione - durata fino ai primi decenni di questo secolo, quando i vini dei Campi Flegrei ritrovarono larga rinomanza, seppure su un mercato quasi esclusi­vamente locale - ha avuto solo negli ultimi anni il giusto ricono­scimento, grazie al conferimento della Denominazione d'Origine Controllata "Campi Flegrei" ai vini ottenuti da due grandi vitigni autoctoni sopravvissuti nei secoli con coltivazione a piede franco, e cioè senza bisogno di ibridarli su portainnesti americani, la Falanghina ed il Piedirosso.
La falanghina , vitigno a buccia bianca, deve il suo nome alla phalanga, il palo da sempre usato come tutore dagli allevatori fle-grei, ma è anche chiamata falernina in Terra di Lavoro, a confer­ma del fatto che sarebbe proprio questo, secondo alcuni studiosi, il vitigno molle caleno che dava origine al falerno bianco, probabil­mente il primo grande DOC della storia, che i Romani conservava­no in anfore chiuse da tappi la cui targa (pittacium) garantiva l'o­rigine e l'annata. Nell'800, la falanghina è citata con questo nome dai maggiori storici e conoscitori delle uve campane, descritta dall'Acerbi nel 1825 come un vitigno che può dare origine ad un vino speciale e pregevolissimo, e poi da Semmola nel 1848.
Il vino che se ne ricava, di colore paglierino con sfumature verdognole e di sapore fresco e piacevolmente secco, con un caratteristico retrogusto amarognolo, ha infatti una grande perso­nalità, ed è caratterizzato da fragranze di ginestra e da sentori di "terra calda" e di fiori di campo; va bevuto giovane, a temperatura intorno ai 10°C, sposandolo ai tantissimi piatti di pesce che carat­terizzano la gastronomia flegrea.
Il piedirosso (o per'e palummo) deriverebbe il suo nome dal caratteristico graspo rosso, di forma particolare, che ricorda la zampette dei colombi. L'origine del vitigno è molto antica, in quanto sembra trattarsi della "Colombina" citata da Plinio nella sua "Naturalis Historia" come vitigno che allora entrava nella composizione del falerno, assieme all'aglianico: dopo essere stato dimenticato per lungo tempo, la sua diffusione ha subito un sensi­bile incremento verso la fine dell'ottocento, quando si riconobbe l'opportunità di abbandonare la coltura di altri vitigni scadenti per far posto a quelli forniti di maggiori pregi. È vino di un bel colore rosso rubino con riflessi ambracei, di sapore asciutto ed aromatico, che, soprattutto da giovane, si riconosce per il fragrante profumo di viola, in cui si avvertono note che ricordano la ciliegia.
L'area del comune di Monte di Procida è nota per una interes­sante produzione artigianale di aglianico, un vino di colore rosso granata vivo, che qui assume un corpo particolarmente ricco e generoso e che può essere talvolta invecchiato, diventando ulte­riormente fine e profumato.
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