Campi Flegrei

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La colonizzazione ellenica e i suoi precedenti
Tutta la documentazione sul paleolitico e mesolitico è andata distrutta dalle eruzioni vulcaniche e le prime testimonianze ricondu­cibili all'età enolitica e neolitica, semplici frammenti di frecce e raschietti in ossidiana, sono state rinvenute presso Licola, Monte di Procida, nell'isola d'Ischia e a Napoli.
Alcune preziose gocce di fusione di bronzo risalenti alla civiltà micenea scoperte nei villaggi che sorgevano a Punta Mezzogiorno, Punta d'Alaca e Punta Capitello di Vivara (un'isoletta innanzi a Pre­cida che deriva il suo nome da vivarium, ossia parco per allevare gli animali per la caccia), hanno poi dimostrato come le rotte occidenta­li fossero battute da navigatori provenienti dal Mar Egeo alla ricerca di metalli ancor prima della grande colonizzazione dell’VIII secolo a.C. Ciò avvalora un'antica tradizione che vuole la città di Partenope, le cui origini restano avvolte nella leggenda, una fondazione rodia che prendeva il nome dal culto della sirena.
Reperti del protovillanoviano (X secolo a.C.) e dell'età del ferro sono stati rinvenuti sporadicamente in diversi siti archeologici flegrei ma la storia di questi luoghi prende una svolta decisiva quando, intor­no al 770 a.C. - qualche tempo prima della guerra detta di Lelanto -dei coloni greci, provenienti probabilmente dall'isola di Eubea, fon­dano a Pithekoussai (cioè "l'Isola delle Giare", vale a dire Ischia), in una piccola baia che si apre alle pendici del Monte Vico, un emporion per il commercio soprattutto del ferro. Un metallo di cui tutti i popo­li di quel tempo avevano un gran bisogno, importato in notevoli quan­tità dall'Isola d'Elba e dalle colline metallifere della Toscana.
In verità, si è molto discusso sulle vere ragioni che hanno spinto i Greci in luoghi così a settentrione, anche perché in Eubea c'erano
miniere di ferro, più che sufficienti per le esigenze di allora e i pericoli non dovevano certamente mancare. L'Odissea o il cosiddetto "Cratere del naufragio" rinvenuto ad Ischia - in cui si vede addirittura la testa di un uomo in mare tra le, fauci di un grosso pesce - raccontano una storia drammatica ma certamente reale sui rischi che gli esploratori dovevano affrontare ogni qualvolta si osava partire per spedizioni in terre lontane. È quindi probabile che, da una parte, i Greci avessero messo a frutto le loro avanzate conoscenze sulle tecni­che siderurgiche impiantando sul luogo officine specializzate; dall'al­tra, utilizzassero Ischia (naturale "capolinea" della rotta euboica in Occidente) come osservatorio sulle eccezionali potenzialità agricole del territorio che si estendeva lungo la costa.
Oltre a manufatti artistici (ancora oggi si discute su cosa fossero le misteriose chryseia che ci tramandano le fonti, forse laboratori d'ore­fici e non miniere d'oro come erroneamente tradotto) sbarcarono attraverso l'emporio ischitano anche usi e costumi del mondo greco. Questi, unitamente ad oggetti di produzione tipicamente orientale, hanno evidenziato come Pithekoussai, nell'VIII secolo a.C, fosse già diventato un importante porto cosmopolita rivolto verso i mercati delle aree più evolute del Mediterraneo.
Secondo le fonti, già poco tempo dopo la fondazione di Pithe­ koussai i coloni si spinsero sulla costa flegrea per fondare un nuovo insediamento e la scelta cadde poco distante, sull'altro capo della stretta fascia di mare che separava Ischia dalla terraferma, in un pro­montorio sulla costa occupato da indigeni Opici.
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